venerdì, 11 luglio 2008
Marlene.
ti amo Marlene
per la tua voce bassa
per il tuo nome
ti amo Marlene
quando taci e lasci che sia il tuo corpo a parlare
ti amo Marlene
per i tuoi occhi scuri
per la tua pelle chiara
ti amo Marlene
quando fumi la tua marlboro e la tieni stretta tra le labbra
ti amo Marlene
per la tua assenza
per i tuoi capelli corti
ti amo Marlene
quando piangi sul mio seno
ti amo Marlene
per le tue mani
per le tue labbra
ti amo Marlene
quando siedi accanto a me al pianoforte
ti odio Marlene
per i tuoi tacchi
per la tua bellezza
ti odio Marlene
quando allo specchio ti trucchi da donna
ti odio Marlene
per la tua risata
per la tua rassegnazione
ti odio Marlene
quando mi chiami per dirmi che hai bisogno di me
ti odio Marlene
per le tue parrucche
per i tuoi orecchini
ti odio Marlene
quando sono sola nella mia stanza
ti odio Marlene
per il tuo violino appeso al muro
per le tue unghia smaltate
ti odio Marlene
quando esci di casa e vai a lavorare in strada
giovedì, 10 luglio 2008
E' finita la tristezza?
Oh no, è sol finito il tempo dei trastulli.
Vanesia:
mercoledì, 02 luglio 2008
Sproloqui post notturni.
l'alba risplende un'altra volta
ed è rossa come un fiore di papavero
come il suo vestito sgualcito nei giorni di festa
ed è simile ad un timido sussurro nelle notti di primavera
come quando ebbri di vino sprofondiamo sull'erba che ci raccoglie
l'alba risplende un'altra volta
ed è monotona come questo mondo sterile
come le tue mani che si privano di fantasia
ed è esente da sogni e viaggi
di mani che ho deciso di non toccare
allora forse dovrei lasciarmi andare
venerdì, 20 giugno 2008
vi è un tango
vi è un tango che si intinge di rosso malizia,
scivolando come veleno tra le note di un bandoneón,
diventando desiderio sulla tua schiena nuda.
vi è un tango chiamato passione,
ed è un fremito di mani, di pelle,
di gambe e di sguardi.
vi è un tango chiamato nostalgia,
ed ha il sapore dei tuoi baci andati,
di un ricordo tra le stanze da ballo.
lunedì, 08 ottobre 2007
Se non il riso.
la notte sta morendo tra una sigaretta e l'altra
le luci del giorno mi faranno compagnia
illuminando il letto sfatto
impregnato di sudore e vaniglia
tra questi muri dove smorfie ho disegnato
negli angoli polverosi della mia anima
dove ho riposto tanti piccoli demoni.
e satana così mi farà compagnia
sussurrando e leccando le mie carni.
in silenzio
consumerà su di me la sua rabbia
il suo peccato triste
di chi non è riuscito ad avere la morte
ma solo una perpetua giovinezza.
la solitudine sarà la mia espiazione
la poesia la mia compagna
le matite le mie cortigiane
il piano la mia voce
il vino i miei desideri
la vita il mio carcere
dalla quale non poterne uscire
se non in verticale.
continuerò a distruggere i miei sogni
a consumare questi giorni
nella mia più totale apatia.
perchè nulla mi appartiene
e di nulla oramai son figlia..
se non il ricordo di un riso
in un giorno invernale.
lunedì, 02 luglio 2007
La Fata.
Una fata, anima solitaria e cattiva, si diverte con le nostre emozioni e le nostre vite.
Trastulla i suoi pensieri, tirando i dadi.
Lascia intravedere vie d'uscita, e poi le oscura.
vi è un dolce e smielato sentimento
vi è della poesia nei tuoi occhi nostalgici
vi è amore, e liriche romantiche.
La fata, come assopita dall'inverno, riprende la sua vita nella monotonia dell'estate.
Lascia uccidere, pezzo per pezzo, la mia anima.
Lancia sfide, distrugge incanti, e regala fiori da cogliere.
c'è del rancore tra i capelli
c'è dell'orgoglio tra le mani
c'è dell'amaro in bocca.
Di verde vestita, m'invita al dialogo, a spogliarmi delle mie maschere.
M'ascolta, mi deride, e lancia i miei vestiti
ai malcapitati.
vi è il ricordo nitido
vi è della passione
vi è della dolcezza.
Illude i miei amanti, trafigge lor il cuore, e poi mi confida segreti.
Mi da lettere, lettere d'amore.
Conosce il destinatario, il quale non dorme più sonni tranquilli.
c'è un momento sbagliato
c'è della paura
c'è del buio attorno.
La fata è una pena di noi artisti,
che inventiamo personaggi e regaliamo lor l'essenza.
Ma l'amore, quello vero, forse quello, lei lo riconosce..
sabato, 23 giugno 2007
Avevo tra le mani Visioni, di William Blake, leggevo completamente assorta nella solita libreria. Non mi ero resa conto del suo sguardo insistente. Lullaby, i Cure, a irrompere la mia alienazione. Ricordo di aver risposto e di aver chiuso dopo pochi attimi e ricordo benissimo di aver incrociato il suo sguardo involontariamente. Aveva un libro su Nick Cave tra le mani. Mani bianche, vestito di scuro, capelli neri ed occhiali. Ero rapita dalla sua presenza. Luigi Tenco cantava una disperata Vedrai vedrai.
Il caffè, poi il vino.
Le chiamate. I messaggi.
Le poesie al parco. La mia testa tra le sue mani.
Occhi troppo scuri dopo poter annegare.
Poi il mare, la spiaggia di notte. Una luna ruffiana, e le stelle sue complici.
mercoledì, 06 giugno 2007
ti capita mai di ridere di te stesso?
per i tuoi pensieri sciocchi, intrinsi di romanticismo spicciolo?
immaginando qualcuno che ti dica ti amo?
qualcuno che magari vorresti?
quel qualcuno che odi, ma che non riesci a levarti dalla testa?
pensi mai a quello che vorresti sentirti dire?
vorresti mai perderti sulla sua pelle?
e mi capita di ridere di me stesso quando mi guardo allo specchio e rivedo soltanto lei.
e mi capita anche di pensare a me, a lei, insieme, immersi nelle mie poesie e tra le lenzuola bianche.
e si, mi capita di pensare a quelle frasi banali, ad un ti amo sussurrato all'orecchio.
e così lontana la desidero con tutto me stesso.
e poi capita anche di odiarla, di detestare il suo mondo, e mi accorgo di averla sempre tra i miei pensieri.
penso alle sue labbra, alle sue parole di miele, che mai sentirò pronunciare.
ho già perso il raziocinio, il cuore, e spento parole su quella pelle bianca di desiderio.
ho sperato.
ho provato.
mi sono illuso.
mi sono quasi innamorato.
ed ho perso.
giovedì, 31 maggio 2007
Suona amore mio,
suona per i nostri cuori malati,
per le nostre anime stanche,
per i nostri pensieri monotoni.
Suona questo violino,
improvvisa rumori,
immagini da ricordare,
devastami di musica.
Ho già poggiato le mie mani sul piano,
ti seguo,
flagellando le dita,
e pestando a sangue i pedali della nostra passione.
Accompagno il tuo lamento,
la tua ossessione nostalgica,
per una vita sfinita e avidamente
consumata.
mercoledì, 16 maggio 2007
Della morte della musa e delle risa del pagliaccio.
Ovvero di come una musa si trasforma in un pagliaccio,
o di come noi poveri artisti ci lasciamo ingannare
da due occhi, belle parole e un pezzo di carne.
La poesia muore prendendo una musa di scarsa qualità, che poi si rivela essere tutto tranne che una delicata ispiratrice di rime.
Fasciata di pelle, dalla carnagione chiara, riesce a farti impazzire. L'odore, la voce, ed inizi a decantare la sua
bellezza, le sue virtù, poi pian piano noti che non toglie neanche i calzini quando sprofondate tra le lenzuola..
Accetti le sue idee, il suo fascismo, anche se non lo condividi, conosci il suo mondo, che non ti appartiene.
Ti rendi conto che non solo è la tua musa, ma è la puttana un pò di tutti, che tutti conoscono i suoi calzini ed il suo odore.
Che il suo cervello si è fermato all'età adolescenziale, che non riesce a chiudere alcun rapporto, e che ancora è di tutti.
Capisci che inizia a raccontarti balle, che pecca di presunzione e di ignoranza, e tu creatore, prendi coscienza di ciò,
del fatto di aver idealizzato quel pezzo di carne. Afferma di volerti tenere con se, ma non riesce a metterti davanti alla
realtà.
Son nata artista, comunista e persona concreta.
Vedo in bianco, ed in nero, ma vivo di sfumature.
Son figlia di operaio e casalinga.
Mangio sogni e dispenso realtà.
Coerente, mai scontata ed orgogliosa.
Sincera tra le note del mio piano.
Poeta tra le mie parole.
Mai bugiarda, sempre sincera.
Donna e femmina.
Son nata artista, comunista e persona concreta.
Così la mia musa si è rivelata un pagliaccio, un pagliaccio magnifico, specchio di questa realtà ipocrita
che vuole mangiare i nostri sogni.
La musa non è fatta solo di pelle, purtroppo.. avrei scritto poemi su quella.